lunedì 16 giugno 2014

Il Lunedì del Locandiere.

Goooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooood Morning Avventori! Eccoci qui, altro Lunedì, altro articolo, stavolta richiesto da voi pubblico beneamato.
Ebbene sì, Sua Eminenza Martina, fedele lettrice di questo indegno blog,  ha richiesto a gran voce che si parlasse di un personaggio tanto importante quanto...beh...ignorato. Oggi risponderemo al quesito: chi era Girolamo Savonarola? Un frate domenicano? Un pazzo? Un visionario? Un profeta? O una voce ragionevole in mezzo ad un secolo di scelleratezza e lussuria secolare e clericale?
I libri di storia ne parlano poco, a spizzichi e bocconi si intuisce che questo Savonarola fu un tizio tanto incazzato quanto ispirato a volere una seria riforma della Chiesa Cattolica, o meglio, della Curia Romana e dei suoi costumi decisamente troppo secolari.


La parte di vita di Savonarola che, a tutti gli effetti, ci interessa si colloca durante l'ultima decade del XIII Secolo, ossia tra il regno di Innocenzo VIII (al secolo Giovanni Battista Cybo) e Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia); ma prima di parlare di questi nefandi eventi è d'uopo accennare un po' della fanciullezza di Savonarola.

- Le origini, la giovinezza e le prime predicazioni.
Girolamo Savonarola nacque a Ferrara il 21 Settembre 1452, la famiglia era originaria di Padova e si trasferì a Ferrara nel 1440. Il nonno di Girolamo fu il primo che gli diede un'istruzione, insegnandogli grammatica e musica. Alla morte del nonno, il padre di Girolamo, Niccolò Savonarola, si propose di avviare il figlio alla carriera di medico, facendogli studiare le arti liberali; ma a diciotto anni decise di approfondire lo studio della teologia. Iniziò a scrivere componimenti poetici che criticavano il comportamento dissoluto degli ecclesiastici del XV Secolo, assimilando Roma all'antica Babilonia. Nel 1475 abbandonò la famiglia per indossare il saio dei frati domenicani. Nel 1482 giunse a Firenze, allora governata da Lorenzo de' Medici; lì ebbe il compito, tra le altre cose, di predicare dai pulpiti delle varie chiese fiorentine. Durante la quaresima del 1484 predicò nella parrocchia della famiglia Medici, ma non ottenne poi molto successo.

Lorenzo, figlio di Piero de' Medici, detto anche Lorenzo il Magnifico.
In quei tempi Firenze era la capitale italiana della cultura e Savonarola, con ogni probabilità, non aveva ancora l'esperienza e la voce adatta per additare gli eccessi dell'epoca. Sappiamo, però, con relativa certezza, che il frate domenicano iniziò a predicare contro la corruzione della chiesa a partire dall'anno successivo ( quaresima 1485), quando si trovava a San Gimignano. Di questo periodo sono le prime "profezie", secondo cui gravi flagelli si sarebbero abbattuti sulla Chiesa. Tuttavia nemmeno queste prediche ebbero forte risonanza, non ancora almeno.
Nel 1488 tornò a Ferrara, dove vi rimase per un paio d'anni. Durante questo periodo, Girolamo visitò parecchie città Lombarde, arrivando fino a Genova. Poi, su consiglio di Giovanni Pico della Mirandola, Lorenzo de' Medici fece richiamare Savonarola a Firenze.

- Il ritorno a Firenze e la cacciata dei Medici.
Nel 1490 Savonarola era di nuovo nella città toscana, stavolta le sue prediche si facevano più veementi e, soprattutto, non si risparmiava di accusare coloro i quali, secondo il suo insindacabile giudizio, fossero colpevoli delle condizioni in cui versava la sposa di Cristo: prelati, alti ecclesiastici e autorità civili.
Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che all'epoca era papa tale Innocenzo VIII, uomo dissoluto, che aveva pubblicamente riconosciuto i suoi figli bastardi e li faceva risiedere apertamente presso il palazzo apostolico.
C'era un che di rivoluzionario nelle predicazioni di Savonarola; secondo il frate domenicano le sventure del popolo erano la diretta conseguenza del comportamento dissoluto di chi li governava, ovvero Lorenzo de' Medici per i fiorentini. Tra le accuse più "spirituali" (ovvero di portare malessere all'anima dei cittadini) ve n'erano alcune molto più politiche: Savonarola rimproverava i superbi capi di Firenze di imporre tasse inique, sfruttando i poveri.

Stemma della famiglia Medici
Lorenzo il magnifico, che non era certo disposto a farsi tirare addosso tutti quei rimproveri, così decise di farlo ammonire. Ma Savonarola ci si pulì il culo con le minacce di esilio, e in una delle sue tante predicazioni tuonò nuovamente conto il Magnifico, profetizzandone la fine imminente.
Ma anziché bandirlo il signore mediceo preferì sguinzagliargli contro un dotto monaco agostiniano che, con la sua arte oratoria, avrebbe potuto spazzare via le polemiche del domenicano rivale. Tuttavia non solo le prediche di questo frate agostiniano, tale Mariano della Barba, non furono gradite; ma anzi regalarono a Savonarola un successo inaudito.
L'8 Aprile 1492 spirava Lorenzo il Magnifico, secondo Poliziano aveva ricevuto il perdono e la benedizione del Savonarola. Alexnadre Dumas, invece, nel suo libro intitolato I Borgia, non fa un ritratto lusinghiero del monaco domenicano, cito il passaggio:
<<I tuoi peccati e i tuoi delitti, Dio te li perdonerà tutti>>, rispose Savonarola, <<Dio ti perdonerà i piaceri frivoli, le voluttà adultere, le feste oscene. Questo per quel che riguarda i tuoi peccati. Dio ti perdonerà di aver promesso duemila fiorini di ricompensa a chi ti avrebbe portato le teste di Diotisalvi, Nerone Nigi, Angelo Antinori, Nicolò Soderini, e una ricompensa doppia a chi te li avrebbe consegnati vivi.
Dio ti perdonerà di aver fatto morire sul patibolo o sulla forca il figlio di Papi Orlandi, Francesco de Brisighella, Bernardo Nardi, Iacopo Frescobaldi, Amoretto Baldovinetti, Piero Balducci, Bernardo di Baudino, Francesco Frescobaldi, e più di trecento altri cittadini, i cui nomi, anche se meno celebri di quelli, non erano tuttavia meno cari a Firenze. Questo per quel che riguarda i delitti>>.
Ad ognuno dei nomi, che Savonarola pronunciava molto lentamente, tenendo gli occhi fissi sul morente, Lorenzo rispondeva con un gemito, dimostrando quanto fosse precisa la memoria del monaco. Poi, quando Savonarola ebbe finito di parlare, gli chiese con accento dubbioso:
<<E voi credete, padre, che i miei peccati e delitti Dio me li perdonerà tutti?>>
<<Te li perdonerà tutti>>, rispose Savonarola, <<ma a tre condizioni>>.
<<Quali?>> chiese il morente.
<<La prima>>, disse Savonarola, <<è che tu abbia fiducia assoluta nella potenza e nella misericordia di Dio>>.
<<Padre>>, rispose animatamente Lorenzo, <<sento quella fiducia nel più profondo del cuore>>.
<<La seconda>>, riprese Savonarola, <<è che tu restituisca la proprietà altrui, che hai ingiustamente confiscata e tenuta per te>>.
<<Avrò il tempo per farlo, padre?>>, chiese il morente.
<<Dio te lo concederà>>, rispose il monaco.
Lorenzo chiuse gli occhi come per riflettere profondamente; poi, dopo un istante di silenzio, rispose:
<<Sì, padre, lo farò>>.
<<La terza>>, riprese Savonarola, <<è che tu restituisca alla Repubblica la sua antica indipendenza e la sua antica libertà>>.
Lorenzo si sollevò sul letto con un rapido movimento, e fissò negli occhi il domenicano, come per capire se non si fosse sbagliato e se avesse sentito bene. Savonarola ripeté le stesse parole.
<<Mai! Mai!>>, gridò Lorenzo ripiombando sul letto e scuotendo la testa: <<Mai!>>.
Il monaco, senza una parola, fece un passo verso la porta, per andarsene.
<<Padre! Padre!>, gridò il morente. <<Non andate via così: abbiate pietà di me!>>.
<<E tu abbi pietà di Firenze>>, ribatte il monaco.
<<Ma padre!>>, esclamò Lorenzo, <<Firenze è libera, Firenze è felice>>.
<<Firenze è schiava, Firenze è povera!>>, gridò Savonarola. <<è povera di ingegno, povera di denaro, e povera di coraggio. Povera di ingegno perché dopo di te comanderà tuo figlio Piero, povera di denaro, perché con le finanze della Repubblica hai sostenuto la magnificenza della tua famiglia e il credito delle tue banche; povera di coraggio perché hai tolto ai magistrati legittimi l'autorità che dava loro la costituzione, e hai distolto i tuoi concittadini dalla duplice strada, quella militare e quella civile, nelle quali prima che li rammollissi col tuo lusso, avevano manifestato le loro antiche virtù. E quando si leverà il giorno, che non è lontano>>, continuò solennemente il monaco, con gli occhi fissi e ardenti come se leggesse nel futuro, <<in cui i barbari caleranno dalle montagne, le mura delle nostre città crolleranno, come quelle di Gerico, anche soltanto al suono delle loro trombe>>.
<<E voi volete che io abbandoni, nel letto di morte, quella potenza che ha fatto risplendere di gloria tutta la mia vita!>>, gridò Lorenzo de' Medici.
<<Non sono io a volerlo, è il Signore che lo vuole>>, rispose freddamente Savonarola.
<<Impossibile! Impossibile!>>, mormorò Lorenzo.
<<Bene! Allora muori, muori come hai vissuto!>>, gridò il monaco. <<In mezzo ai cortigiani e agli adulatori, e che mandino in rovina la tua anima, come hanno mandato in rovina il tuo corpo!>>
Sempre secondo Dumas, dopo quest'ultima sfuriata, Savonarola se ne andò, lasciando Lorenzo in preda ai tormenti e senza concedergli le ultime consolazioni. A quale delle due verità (quella di Poliziano o di Dumas) dobbiamo quindi credere? Non sappiamo, di certo Savonarola non amava particolarmente i Medici, né il loro modo di condurre il governo della città; tuttavia mi sembra eccessiva questa smania politica da parte del monaco domenicano. Come si suol dire, la verità sta nel mezzo.
Comunque, qualche mese dopo, precisamente il 25 Luglio, spirava anche Innocenzo VIII. Dal conclave che si tenne uscì vincitore il ben noto cardinale Rodrigo Borgia, che prese il nome di Alessandro VI.
Curiosamente il monaco domenicano accolse con favore l'elezione del Borgia al soglio pontificio, pensando che la Chiesa fosse sulla strada giusta per una riforma tanto necessaria, quanto richiesta.

Innocenzo VIII

Savonarola aveva intenzione di riformare la Chiesa anche senza l'aiuto del papa, così, grazie all'ausilio del cardinale Oliviero Carafa, protettore dell'ordine domenicano, rese di fatto indipendente il convento di San Marco a Firenze, dove tempo addietro era stato ospitato e dove, dopo il suo ritorno alla città medicea, risiedeva. Nel 1494 ottenne il distacco dalla Congregazione Lombarda di altri conventi (Fiesole, San Gimignano, Pisa e Prato), formando così una Congregazione Toscana, a capo della quale venne messo Savonarola stesso, in qualità di vicario.
Il monaco volle che i suoi frati appartenessero ad un vero e proprio ordine mendicante. Abolì la proprietà privata dei monaci e iniziò a vendere i possedimenti dei monasteri; coi soldi ricavati aiutò i poveri e, grazie alle continue donazioni, iniziò a progettare l'edificazione di un nuovo monastero fuori Firenze; ma la calata di Carlo VIII di Valois in Italia, su insistenza di Ludovico Sforza (detto il Moro), cambiò le carte in tavola.
Nel Settembre del 1494 Carlo VIII era ad Asti e Savonarola tuonò dal pulpito, associando la calata degli ultramontani (i Francesi) all'avverarsi di profezie apocalittiche.
A quei tempi Firenze era retta da Piero de' Medici, che non possedeva né il polso, né la capacità del padre Lorenzo e si schierò con gli aragonesi del regno di Napoli, in una coalizione che riuniva anche gli Stati Pontifici (almeno questo è quello che ci dice Dumas nei suoi libri). Ma dopo le notizie del sacco di Sarzanello, Piero de' Medici, all'insaputa della città, non solo concesse al monarca francese il passaggio, ma anche le fortezze di Sarzanello, Sarzana e Pietrasanta, oltre le città di Pisa e Livorno.
Firenze era da sempre stata filofrancese e il voltafaccia di Piero non fu visto di buon occhio in città; ora, con queste concessioni fin troppo generose, al limite del servile, Piero de' Medici s'era alienato totalmente il favore del popolo. Al suo rientro a Firenze, l'8 Novembre 1494, Piero fu dichiarato traditore e venne cacciato dalla folla. Il cardinale Giovanni de' Medici (il futuro Leone X), venne costretto ad una fuga precipitosa, travestendosi da frate.

Piero di Lorenzo de' Medici.

- Firenze Repubblica e lo scontro con papa Alessandro.
Mentre il resto d'Italia assisteva allo scontro tra Alessandro VI e Carlo VIII, a Firenze si andarono a formare nuovi schieramenti politici: c'era chi difendeva i Medici (i Bigi) e chi la Repubblica (i Bianchi); inoltre la popolazione si divise tra i sostenitori di Savonarola (i Frateschi o Piagnoni) e i suoi oppositori (gli Arrabbiati). Durante questo periodo al monaco non furono risparmiate critiche pesanti, che, tuttavia si risolsero in nulla.
A fine Marzo del 1495 Sacro Romano Impero, Spagna, Venezia, Papato e Ludovico il Moro siglarono una coalizione antifrancese; a Firenze fu chiesto (meglio dire imposto) di unirsi, ma Savonarola e i fiorentini, fortemente filofrancesi, rifiutarono. Il 17 Giugno Savonarola incontro Carlo VIII, ormai in fuga precipitosa dalla penisola, a Poggibonsi; qui il monaco domenicano si fece assicurare dal monarca che Firenze non avrebbe subito danni e che i Medici non sarebbero più tornati. Carlo, che non vedeva l'ora di tornarsene a Parigi, acconsentì a tutte le richieste pur di scrollarsi di dosso il domenicano riformista. Purtroppo per Savonarola, con Carlo VIII fuori dall'Italia, la sua posizione e quella della Repubblica era diventata molto precaria. Nel regno di Napoli si erano installati nuovamente gli Aragona e le sue piazzate contro il governo mediceo e contro la curia romana stavano per costargli troppo.

Ritratto di Savonarola
Ricordiamo che Savonarola aveva accolto con favore l'elezione di Alessandro VI; tuttavia si dovette ricredere. Papa Borgia non era molto diverso dai suoi predecessori; ma non era neanche così peggiore come ce lo vuol descrivere Dumas nell'opera che ho citato sopra. Sicché, a questo punto, dovrò attingere da un altro libro della mia biblioteca: La grande storia dei papi di Eamon Duffy.
Nella sua sintetica e precisa storia della più grande e famosa istituzione religiosa della storia, Duffy spende quattro parole in merito a Savonarola:

[...] Savonarola annunciava l'apocalisse e vedeva nell'invasione francese dell'Italia e nell'espulsione dei Medici da Firenze un castigo purificatore di Dio. Sotto la spinta della sua predicazione, una mescolanza esplosiva di profezia biblica, di velata critica politica e di denuncia morale, Firenze si avventurò in uno straordinario esperimento di repubblicanesimo teocratico. Gran parte dei divertimenti pubblici furono proibiti, i membri del priorato domenicano balzarono da 50 a 238 frati, donne sposate lasciarono il marito per entrare in convento e fuori Palazzo Vecchio si facevano i roghi delle vanità: gioielli, libri indecenti, capi d'abbigliamento immodesti. [...] Savonarola identificava la Roma di Alessandro VI con l'Anticristo, e profetizzava la caduta del papa: <<In una visione vidi una croce nera sopra Babilonia, ossia Roma, che recava scritto Ira Domini...io vi dico, la chiesa di Dio dev'essere rinnovata e ciò accadrà presto>>. [...] E in quello che tutti ritenevano un riferimento al papa, Savonarola lamentava che <<un tempo, i preti consacrati chiamavano i loro figli "nipoti"; ma ora essi non li chiamano più nipoti, ma sempre e dovunque loro figli...o Chiesa prostituta!>>
I tentativi di Alessandro VI di arginare l'irruenta passione riformatrice del monaco furono svariati e ripetuti. Dopo i brevi e gli ammonimenti, il papa arrivò ad offrire al monaco la porpora cardinalizia, c'è chi dice attraverso le mani del futuro Duca Valentino, c'est à dire Cesare Borgia (ancora cardinale). Ovviamente Savonarola, che si batteva contro la simonia, non avrebbe mai e poi mai potuto accettare:  rifiutò, attaccando nuovamente  la curia romana dal pulpito, e dichiarò di essere pronto al martirio.
Nel 1497 venne scomunicato grazie ad una lettera falsificata da Cesare Borgia e dall'arcivescovo di Perugia. Alessandro VI si oppose a questa soverchieria, ma dovette cedere di fronte alle insistente di Cesare, il beneamato figlio.
Ma Savonarola continuò a predicare, un po' attraverso la bocca del frate Bonvicini, un po' attraverso la sua stessa bocca, scagliandosi sempre e costantemente contro la curia romana e il papa. A questo punto della storia, torniamo alle carte di Dumas, che non amava particolarmente papa Borgia.
Il papà dei Tre Moschettieri ci racconta un fatto che riguarda Savonarola. Secondo lui, dopo la scomunica papale si sarebbe sottoposto ad una prova per dimostrare l'autenticità della sua fede e, quindi, l'inconsistenza della scomunica, rilasciata da un papa corrotto e secolare, cito ancora:

[...] La signoria, abbandonata dalla Francia, vedendo crescere pericolosamente la potenza materiale di Roma, fu costretta a cedere e ordinò a Savonarola di cessare la predicazione. Savonarola obbedì, e si congedò dai suoi ascoltatori con un discorso brillante e vigoroso. Ma il suo silenzio, invece di calmare l'agitazione popolare, l'aveva scatenata: dappertutto si parlava delle sue profezie avverate, e alcuni dei seguaci più esaltati dichiaravano che Savonarola si era offerto di scendere insieme al suo rivale (Francesco di Puglia) nelle tombe della cattedrale e di resuscitare un morto, come prova che la sua dottrina era vera. Se non ci fosse riuscito, e se il miracolo lo avesse fatto il rivale, si sarebbe dichiarato sconfitto.La notizia arrivò a fratel Francesco di Puglia, uomo di ardenti passioni, pronto a sacrificare la vita per il successo della sua causa, che dichiarò, con molta umiltà, di essere un peccatore troppo grande perché Dio gli facesse la grazia di compiere un miracolo. In alternativa propose un'altra sfida: entrare insieme a Savonarola in un rogo ardente. [...] La proposta di sfida fu riferita a Savonarola, ma non avendo lanciato lui la prima sfida, esitava ad accettare la seconda, quando il suo discepolo, fratel Domenico Bonvicini, più fiducioso di lui nelle proprie forze, si offrì di sostituirsi al maestro accettando la prova del fuoco, sicuro che Dio avrebe fatto un miracolo per l'intercessione del suo profeta [...]
Segue una disputa nata tra i fiorentini, molti facevano a gara per offrirsi al posto di Savonarola per affrontare l'ordalia, anche gente comune. Infine la Signoria decise di limitare il diritto alla prova a due antagonisti: fratel Domenico Bonvicini (al posto di Savonarola) e Andrea Rondinelli (al posto dell'oppositore di Savonarola, inviato da Roma per sbugiardare il frate). Venne organizzata la prova in data 7 Aprile 1498.

[...] I giudici di campo organizzarono coscienziosamente e accuratamente la prova: nel punto indicato fu drizzato un patibolo alto cinque piedi, largo dieci e lungo ottanta; sopra vi furono ammucchiato fascine ed erica, trattenuta da barriere fatte con legno molto secco, e in mezzo vi furono aperti due stretti sentieri, larghi due piedi e lunghi settanta, con l'ingresso sulla Loggia dei Lanzi e l'uscita all'estremità opposta. La Loggia era stata divisa in due da un tramezzo, perché ogni antagonista avesse una specie di stanza per prepararsi, come a teatro ogni attore ha il suo camerino per vestirsi. Purtroppo, qui la tragedia da recitare non era una finzione. I francescani arrivarono nella piazza ed entrarono nella parte riservata a loro senza nessuna dimostrazione religiosa. Savonarola, invece, giunse in mezzo a una processione, vestito degli abiti sacerdotali con cui aveva appena celebrato la messa, e tenendo in mano l'ostia consacrata, che tutti potevano vedere perché il tabernacolo che la conteneva era di cristallo. [...] La folla che riempiva la piazza era così densa che traboccava in tutte le strade attigue. Alle porte e alle finestre si vedevano soltanto teste strette tra di loro, le terrazze erano gremite, e c'erano curiosi anche sui tetti del duomo e sulla piattaforma del campanile. Però, davanti alla prova, i francescani cominciarono a tirar fuori molte difficoltà: era chiaro che il loro campione voleva tirarsi indietro.
Impietosa la descrizione di Dumas. Da questo momento i rivali di Savonarola fecero di tutto per procrastinare la prova: accusarono fra Domenico di essere un mago protetto da un talismano, quindi lo fecero spogliare e rivestire davanti ad alcuni testimoni. Dopodiché accusarono Savonarola di profanazione, poiché egli voleva consegnare a fra Domenico il tabernacolo, al cui interno stava l'ostia consacrata, così da dargli un maggior sostegno spirituale durante la prova del fuoco. Per ore si andava avanti a discutere, con Savonarola che non era disposto a indietreggiare di un passo sulle sue decisioni, ma ecco che:

[...] Passarono altre due ore, mentre i suoi seguaci continuavano a contestare le sue resistenze. Alla fine, dato che scendeva la notte, che il popolo si spazientiva sempre di più e che i suoi mormorii erano diventati minacciosi, Bonvicini dichiarò di esser pronto ad attraversare il fuoco, tenendo in mano soltanto un crocifisso. Era impossibile rifiutare quella proposta e fratel Rondinelli fu costretto ad accettarla. Fu annunciato al popolo che i campioni avevano trovato l'accordo, e quindi la prova si sarebbe fatta. Il popolo si calmò, nella speranza di essere finalmente ripagato della lunga attesa, se non che, proprio in quel preciso momento, un temporale, che da un bel pezzo minacciava Firenze, scoppiò con tale violenza che il rogo, appena acceso, fu spento dal diluvio, e riaccenderlo fu impossibile. La folla si sentì presa in giro, dall'entusiasmo passò all'ingiuria, e non sapendo chi fossero i colpevoli del ritardo della prova, ne dette la responsabilità ai campioni.

Dopo questo evento improbabile, Savonarola perse tutta la sua credibilità. Il partito degli Arrabbiati ottenne maggiori consensi e, di fatto, costrinse il monaco domenicano a rinchiudersi nel convento di San Marco.
La Domenica degli Ulivi del 1498, una folla di avversari di Savonarola diede l'assalto al monastero di San Marco e trascinò via il monaco in prigione. Qui fu sottoposto lungamente alla tortura della corda, alla tortura del cavalletto e a quella del fuoco sotto i piedi.

La tortura della corda.
Benché lo spirito di Savonarola fosse forte, il suo corpo era di costituzione debole. Dopo continue confessioni (sotto tortura) e ritrattazioni, alla fine cedette ai giudici fiorentini ed ecclesiastici e firmò la confessione: Savonarola si dichiarava eretico, scismatico, persecutore dell'unica e vera Chiesa e manipolatore di popolo. Venne condannato a morte assieme ad altri due confratelli: Domenico Boncivini e Silvestro Maruffi.
L'esecuzione si tenne il 23 Maggio sulla piazza del Palazzo della Signoria a Firenze. Onde evitare che il monaco accusasse i suoi aguzzini di avergli estorto la confessione con la tortura, la sentenza non venne letta. I tre condannati, dopo aver ascoltato la messa per l'ultima volta, vennero condotti sul luogo del supplizio, spogliati delle loro cariche ecclesiastiche, impiccati e arsi sul rogo (e non arsi vivi, come scrisse Dumas). Le ceneri e i resti mortali sopravvissuti al fuoco vennero sequestrati e gettati nell'Arno, così da evitare il culto dei resti dei martiri.
Fu vittima delle circostanze? Fu la voce di uno dei tanti che invocavano a gran voce una riforma della Chiesa? O fu solamente un idealista e un politico poco assennato?
Certamente le parole del Savonarola non erano inedite. La volontà di cambiamento era più che sentita all'interno della comunità della Chiesa Cattolica: era necessaria.
Il merito di Savonarola fu senz'altro quello di anticipare di qualche anno le parole, simili, di un monaco tedesco, tale Martin Luther, il quale diede il via alla riforma protestante.

Matt - Il Locandiere

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